Too posh to wash: il demansionamento all’inglese.

Conosciamo bene, in Italia, il termine demansionamento.
Sappiamo che si tratta di una condizione incompatibile con il riconoscimento del carattere intellettuale della professione infermieristica, che ne mortifica ed interrompe la necessaria evoluzione. Sappiamo altresì che non si tratta, però, solo del frutto di una mera imposizione da parte di dirigenze ben poco illuminate, ma anche del risultato di un approccio di parte della stessa categoria infermieristica, che ama compiacersi e vantarsi di eseguire atti assistenziali, che dovrebbero essere routinariamente delegati al personale di supporto.

Nessuna altra professione – è un dato di fatto, basta farsi un giro sui social media – si rifugia in modo così pervicace in compiti che di intellettuale hanno nulla o ben poco, ma aiutano molto a fuggire dalle responsabilità di decisioni fondate su competenze acquisite in anni di preparazione e studio.

Ad essere maliziosi si commette peccato, ma quasi sempre ci si azzecca.

Ciò a cui non molti crederanno è che un atteggiamento così consciamente – o inconsciamente – autolesionista non è prerogativa della sola categoria infermieristica italiana.

Il Regno Unito, Paese che, prima del Brexit, sembrava essere il Bengodi dei neolaureati di Italia e Spagna in particolare, si è mostrato, negli anni, come un sistema complesso, riccamente sfaccettato e dai forti contrasti, dove un infermiere può coordinare un’equipe operatoria ed impiantare in autonomia un pacemaker, ma, al tempo stesso, una sister con carriera pluridecennale, può rifiutare di eseguire un prelievo ematico o di incannulare, perché, semplicemente…non è stata mai abilitata a farlo, oppure non ha rinnovato il suo training, che è quindi scaduto.

Oppure accade che infermieri laureati, specialmente se band 5 – quindi nella fascia inferiore – ma non di rado anche band 6 e 7, se il reparto è in carenza di organico, provvedano appassionatamente ed orgogliosamente al rifacimento dei letti, all’igiene dei pazienti, fino ad attività strettamente alberghiere, come la somministrazione dei pasti e perfino la pulizia degli ambienti di lavoro.

Si indossano apron (il grembiule di plastica) e guanti e ci si mette a “spicciare faccende domestiche”, insomma.
Anche nel Regno Unito.
Perlomeno, in alcuni ospedali.
Perlomeno, in alcune corsie di alcuni ospedali, dove matron e nurse manager impongono ancora agli infermieri, con piglio militaresco, mansioni che ben potrebbero essere svolte dalle numerose ed articolate figure di supporto presenti in terra britannica: HCA, assistant practitioner ed ora anche i nuovi nursing associates.

Testimonianze dirette di colleghi, raccolte attraverso l’Italian Nurses Society, riferiscono che la consuetudine di dedicarsi a compiti di rassetto e riordino è radicata soprattutto nelle terapie intensive (ITU, ICU, HDU, CCU), dove tali attività vengono eseguite dagli infermieri, non solo a causa dell’assenza di personale ausiliario, ma anche con il pretesto che i dispositivi ed i macchinari salvavita presenti in quegli ambienti devono essere manutenuti da personale formato al loro impiego, che si ritrova così ad indossare il grembiule di ordinanza e finisce per… svuotare anche i cestini della spazzatura.

Nessun reparto, tuttavia, pare esente dal demansionamento, che comunque si manifesta a macchia di leopardo e sembra essere quindi legato a fattori culturali endemici del singolo ambiente di lavoro, piuttosto che ad un’attitudine generalizzata.
Molti dei professionisti espatriati dal Belpaese si adattano a questa situazione con la classica scrollata di spalle e l’espressione sconsolata di chi pensa, dentro di sè: “Che ci vuoi fare? Tanto non possiamo far nulla per cambiare le cose”.
Agli occhi degli italiani qui presenti, però, preoccupa soprattutto la generalizzata e totale assenza di ogni forma di resistenza culturale a questo fenomeno.

Ad esempio, Oltremanica non esiste un termine equivalente a quello italiano “demansionamento”.
Né sono mai state combattute lotte sindacali o battaglie giudiziarie, per rivendicare il diritto degli infermieri di concentrarsi su ciò che costituisce il “core” della loro competenza: la pianificazione ed il monitoraggio dei risultati dell’assistenza, non certo l’esecuzione materiale di attività alberghiere.

In particolare per gli inglesi, invece, l’essersi “sporcati le mani e spezzati la schiena” costituisce motivo di orgoglio, specie da parte delle vecchie generazioni, quelle che conseguirono il diploma in nursing, rispetto alle nuove, rappresentate dai laureati.

Too posh to wash”, troppo schizzinosi per lavare (i pazienti).
E’ questa l’insinuazione comune, rivolta in particolare agli studenti dei corsi di laurea.

Nel 2013, perfino l’allora Secretary of Health tenne a ribadire che i nursing students devono dedicarsi all’igiene dei pazienti.

Una breve ricerca Internet mostra che, andando a ritroso nel tempo, l’accusa costituisce un leitmotiv di molte polemiche, già a partire dal 2004: più di recente, l’RCN se ne è nuovamente occupata, in un articolo dello scorso Agosto, in cui una studentessa elogiava i benefici effetti, in termini di apprendimento, derivanti dall’assistere il personale di supporto (HCA) nel praticare le cure igieniche ai pazienti:

Fornire assistenza personale ai pazienti è una delle prime competenze che vengono insegnate come studenti. Sia che si tratti di assistere nel lavare qualcuno o di eseguire una semplice igiene orale, possiamo scoprire tanto su un paziente.
Possiamo vederla come un’opportunità per verificare l’integrità della pelle e documentare eventuali modifiche alle aree di pressione. Può anche essere un momento per fare una chiacchierata con un paziente per determinare che tipo di vestiti preferiscono indossare o che tipo di acconciatura preferiscono. Un paziente può anche impiegare questo tempo per esprimere preoccupazioni.
Credo che (…) l’assistenza personale sia uno dei momenti fondamentali dell’assistenza infermieristica. (…) Questo è il motivo per cui gli studenti, al loro primo tirocinio, sono spesso collocati con assistenti sanitari (HCA) per alcune settimane – in modo che possano davvero sviluppare queste abilità essenziali, prima che inizino ad apprendere le altre capacità fondamentali per essere infermieri.
(…) Un’infermiera non dovrebbe mai pensare che sia “al di sotto del proprio ruolo” svolgere compiti che gli HCA svolgono di solito”.

Sempre la scorsa estate, mi fece poi sobbalzare dalla sedia una discussione sulla pagina Facebook della rivista del sindacato RCN, Nursing Standard. Si annunciava l’addio, da parte dell’NHS, alle tradizionali lenzuola, rimpiazzate con quelle con angoli elasticizzati. La notizia fece piovere un diluvio di commenti al post, in cui soprattutto registered nurses britanniche di lungo corso rievocavano nostalgicamente i bei tempi dell’angolo mitrale, ma non mancavano disquisizioni sulla cattiva qualità delle nuove lenzuola. In questi esempi, mostro un esempio del tenore della maggior parte dei commenti:

Adoro fare i letti, gli angoli perfetti, tenendo le lenzuola talmente tirate da poter far rimbalzare una moneta da 50p e le aperture delle federe dei cuscini lontano dalla porta. I nostri nuovi arrivati non mi credono quando dico che la matron con cui ho lavorato (24 anni fa!) tirava via le lenzuola di un letto pulito, se non era fatto in modo corretto, e ti costringeva a ricominciare daccapo!”.

Ho amato rifare i letti la mattina … nella Chest unit del Cameron Hospital era un ottimo momento per chiacchierare con il tuo partner (nel rifacimento letti, n.d.A.) mentre i pazienti facevano colazione e si faceva anche conversazione con i pazienti immobilizzati al letto … è bello vedere un reparto pulito, ordinato e letti immacolati .. un piccolo, ma importante momento nella cura dei pazienti che ora si è perso!”.

Fare i letti è la parte migliore della giornata! Niente lenzuola adattabili, per favore”.

Le usavamo (le nuove lenzuola, n.d.A.) molti anni fa e non appena venivano lavate alcune volte si rimpicciolivano; il materasso finiva per avere forma di banana nel tentativo di tenerle a posto, sembravano pure troppo disordinate, le vecchie matron avrebbero disapprovato parecchio”.

Si potrebbe allora ritenere che l’infermieristica italiana, perlomeno quella parte che coraggiosamente si oppone al demansionamento, sia, sotto questo aspetto, culturalmente molto più attiva ed avanzata della sua controparte britannica.
Del resto, l’intolleranza di molti infermieri nasce dalla stagnazione, negli ultimi 20 anni, del riconoscimento del valore sociale ed intellettuale della professione, oltreché da innumerevoli episodi al limite dell’umiliazione. Vicende che i colleghi britannici non hanno ancora patito, o ritengono di patire.

Si spiega così, ad esempio, perché lo stesso NMC, l’organo regolatore equivalente della Fnopi italiana, includa ancora tra gli Standards of proficiency, ovvero gli standard di competenza richiesti agli infermieri qualificati (aggiornati a Gennaio 2019), anche la capacità di rifare i letti, seguendo tecniche appropriate (punto 3.2), nonché l’essere in grado di “valutare i bisogni e fornire un’assistenza adeguata nel lavare, farsi il bagno, radersi e vestirsi” (punto 4.3).
Per gli studenti universitari, le mansioni (perché tali sono) relative all’assistenza di base sono osservate e svolte direttamente nei placement iniziali, ovvero nei tirocini svolti al primo anno del corso di studi.

Osservando l’altro lato della medaglia, poi, si comprende che il nursing inglese non vede ancora nel demansionamento una piaga, perché vanta ancora, oltre ad un significativo apprezzamento sociale, innumerevoli opportunità di specializzazione e di avanzamento di carriera, nonché la possibilità, per chi non dovesse ricevere una adeguata gratificazione professionale sul posto di lavoro, di ricercarne un altro più motivante, in un diverso reparto od ospedale, con un semplice colloquio ed in tempi brevissimi.
Con tanti saluti a matron autoritarie ed amanti dell’angolo mitrale.

Ora, voglio anche accettare – questa affermazione non sarà condivisa da molti – che gli studenti del primo anno di studi si affianchino, nel nostro Paese come nel Regno Unito, al personale di supporto, nello svolgimento dell’assistenza di base, per “imparare sul campo la valutazione della cute”. Voglio anche ammettere che possa capitare di rifare i letti o praticare l’igiene dei pazienti una volta terminato il ciclo di studi, in via del tutto occasionale.

Il fatto, però, è che le attività che compongono l’assistenza di base vanno considerate per quello che sono: una mera esecuzione materiale di tasks, di compiti, ripetitivi, che deve occupare non un ruolo fondamentale, ma uno spazio ed un tempo ridotti in un contesto, quello dell’assistenza infermieristica, che nel Terzo millennio è diventato molto più ampio ed intellettualmente complesso.

Pertanto, gli ambienti di lavoro che vedono quotidianamente infermieri impegnati nel rifacimento dei letti o nella somministrazione del vitto si contraddistinguono, per usare termini schietti, per un management culturalmente arretrato ed organizzativamente deficitario. Sappiamo tutti cosa significa costringere gli infermieri negli angusti confini delle mansioni alberghiere: sottrarre tempo e risorse fisiche mentali alla pianificazione ed al monitoraggio dei risultati dell’assistenza, creare insoddisfazione e burnout, fornire un’assistenza di qualità inferiore a quella che sarebbe fruibile con una dotazione di personale infermieristico – ma anche di supporto – adeguata.

Il rischio di mortificare dei professionisti, peraltro, è sempre presente, anche quando la dirigenza è moderna e illuminata. Perché per assistere ci vogliono persone, ma sul mercato del lavoro infermieri e figure di supporto stanno diventando “merce” sempre più rara e preziosa.

Ecco, allora, che in un Paese come la Gran Bretagna, in cui si contavano 41.000 vacanze di infermieri a Settembre 2018, l’ipotesi di un reparto a pieno organico sta diventando più frequentemente un miraggio, con il rischio che le distorsioni del demansionamento emergano in tutta la loro drammaticità.
Esattamente come in Italia.

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