Australia, infermiere subisce un infarto e si cura da solo.

All’inizio degli anni Sessanta ebbe ampia risonanza internazionale la storia di Leonid Rogozov, medico di una spedizione dell’allora Unione Sovietica in Antartide, il quale, dopo essersi ammalato di appendicite, fu costretto ad operarsi da solo per sopravvivere, non essendoci altri sanitari presenti nel raggio di migliaia di chilometri.

Ammalarsi (od infortunarsi) ed essere costretti a prendersi cura di se stessi è l’incubo di ognuno di noi, ma in particolar modo di chi ogni giorno assiste gli altri per professione, come i medici e gli infermieri.

Una vicenda simile a quella del chirurgo sovietico ha visto protagonista, l’anno scorso, un infermiere di 44 anni, unica persona in servizio presso una struttura medica remota a Coral Bay, in Australia. L’uomo iniziò infatti a sperimentare sintomi di infarto, realizzando subito che avrebbe dovuto iniziare da solo il proprio trattamento.

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Immagini dell’incantevole e remota località di Coral Bay, Australia. Fonte: Wikipedia. 

La sua storia è riportata in una lettera, inviata da alcuni medici del Sir Charles Gairdner Hospital di Nedlands, Western Australia, al direttore del New England Journal of Medicine (NEJM) e pubblicata nel Marzo 2018.

Nella missiva, si raccontava come l’infermiere avesse avvertito forti dolori al petto e vertigini, mentre si trovava a più di 1000 km dalla città di Perth e 150 dalla più vicina struttura medica. Senza perdersi d’animo, aveva eseguito ed inviato il proprio elettrocardiogramma ad un medico specialista in medicina d’urgenza, tramite il Servizio di telemedicina di emergenza (ETS), avviato nel 2012 dal Dipartimento della Sanità dell’Australia occidentale, per facilitare l’assistenza nelle comunità isolate.

Il test riportava la seguente condizione: “blocco cardiaco completo, blocco del fascio di branca destro, onde T iperacute nelle derivazioni inferiori e depressione del segmento ST reciproco nelle derivazioni anterolaterali“. Nel secondo ECG, eseguito 50 minuti più tardi, si evidenziava “tachicardia sinusale, con 2 mm di elevazione del segmento ST inferiore“.

Una volta ottenuti i risultati, l’infermiere aveva provveduto ad autoincannularsi e ad autosomministrarsi aspirina, clopidogrel, nitroglicerina sublinguale, eparina per via endovenosa ed oppiacei. Si era poi preparato per la trombolisi con tenecteplase.

Il povero professionista, che durante tutta la procedura era stato in grado di interagire in tempo reale, tramite videochiamata, con l’ETS. si era anche posizionato gli elettrodi del defibrillatore ed aveva preparato atropina, adrenalina ed amiodarone.

Dopo la trombolisi, l’elevazione del tratto ST ed i sintomi in generale si erano risolti.

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Il Royal Flying Doctor Service – il servizio di elisoccorso australiano – lo aveva successivamente trasferito in una unità di cardiologia a Perth. Il giorno successivo, l’imaging aveva mostrato una “grave stenosi nell’arteria coronaria media destra, con flusso sanguigno di trombolisi in infarto miocardico (TIMI) di grado 3 e lieve disfunzione ventricolare sinistra”. I medici avevano quindi inserito uno stent, prescritto terapia standard per il management della patologia coronarica e dimesso l’infermiere 48 ore più tardi.

Nick Genes, specialista di medicina d’urgenza e direttore sanitario dei servizi di telemedicina al Mount Sinai Health System, ha affermato, in un’intervista resa alla rivista Medscape Medical News, di non aver mai sentito un caso del genere, ma che comunque l’outcome finale non è affatto negativo, per essere un infarto di tipo STEMI. Ho sentito colleghi che raccontano storie sulla loro diagnosi o sulla diagnosi di amici o che compiono prodezze su aeroplani, ma mai in circostanze così drammatiche o addirittura così lontane dalla struttura che può erogare il trattamento risolutivo. La cosa buona è che è stato in grado di iniziare l’autosomministrazione di eparina e poi di un trombolitico in modo tempestivo, prima che ci fosse un esteso danno al cuore“, ha affermato il dott. Genes.

Forse la cosa più efficace che ha fatto è stata prendere l’aspirina: “Siamo ossessionati dai trombolitici e dallo stenting, ma l’aspirina è una terapia molto efficace, anche per uno STEMI. Non è l’unica, ma è un buon primo passo“.

Il dott. Genes ha inoltre sostenuto di essere sorpreso dal fatto che l’infermiere avesse assunto un oppiaceo, ritenendo che si trattasse presumibilmente di morfina. La morfina ha fatto parte dei protocolli di cura per il dolore toracico per lungo tempo, ma recentemente è stata messa in discussione, perché è stato dimostrato che inibisce l’efficacia del clopidogrel e di alcuni altri inibitori dell’aggregazione piastrinica”, ha detto. “In realtà, abbiamo smesso di somministrare morfina in molti casi di infarto“.

Assumere un oppiaceo nelle circostanze dell’infermiere è inoltre un rischio perché, “Non vorresti compromettere le tue facoltà mentali, perché sei l’unico a prenderti cura di te stesso“. È difficile immaginare di guardare il mio ECG, comprenderne l’importanza e poi iniziare a lavorare su ciò che deve essere fatto. Faccio davvero i miei complimenti a questo infermiere, per avere avuto la chiarezza di pensiero di avviare il protocollo terapeutico”, ha affermato ancora il Dott. Genes. Questo ragazzo è molto coraggioso, è un peccato che non sia tra gli autori della lettera. C’è comunque materiale per ricavarne un ottimo documentario”.

Si ringrazia il collega infermiere Antonio Scazzarriello per la segnalazione dell’articolo. 

Fonti:

– Frellick M., Nurse alone in clinic treat himself for heart attack, Medscape, 9 Marzo 2018, < https://www.medscape.com/viewarticle/893751>;

– Lee F., Maggiore P., Chung K., Self-management of an inferior ST-segment elevation myocardial infarction, NEJM, 8 Marzo 2018, <https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc1716701>.

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