Da Bristol al Pakistan e ritorno: una storia di cooperazione internazionale pre-pandemia.

Riprendiamo da dove eravamo rimasti.

Per gli infermieri, i medici e tutti gli operatori sanitari, la pandemia ha travolto tante vite ed esperienze.

Ne ha trasformate altre per sempre.

Altre ancora, le ha solo ricoperte con un manto di polvere, che basta spazzare via, per far riaffiorare memorie ed emozioni.

In una serata di Marzo, ho avuto la possibilità di intrattenere una piacevole conversazione a distanza con due infermieri italiani di Bristol: la Dott.ssa Alessandra Navoni ed il Dott. Alessandro Savi.

Qualche giorno prima, attraverso i social media, ero venuto a conoscenza della loro recente esperienza di cooperazione internazionale in Pakistan ed avevo chiesto loro di rilasciare un’intervista, senza però ancora sapere che avrei dovuto chiudere nel cassetto il racconto di quella vicenda, per i successivi tre mesi.

Pubblicare la storia proprio in concomitanza dei drammatici eventi del lockdown in Italia e della diffusione del Coronavirus in UK ne avrebbe infatti impedito un’adeguata diffusione e quindi mortificato il valore.

Mardan è una città del nord del Pakistan, a non grande distanza dalla capitale Islamabad.

Pur avendo una struttura ospedaliera, non dispone delle attrezzature e di personale formato per eseguire interventi di cardiochirurgia.

Paradossalmente, però, Mardan ha anche dato i natali un cardiochirurgo, il Dr. Ishtaq Rahman, che vive e lavora a Bristol e che desiderava spendere la sua esperienza professionale in un progetto benefico, volto ad introdurre la chirurgia cardiaca ed a formare personale qualificato nella sua città d’origine.

Il sogno del Dr. Rahman si è concretizzato alla fine di Febbraio, quando un’equipe internazionale di 10 professionisti, tra medici (tra cui anche lo specializzando italiano Dott. Ettorino Di Tommaso), infermieri e tecnici, riunita nel team “Heal the heart”, è giunta in Pakistan per una settimana, per eseguire i primi interventi di cardiochirurgia nell’ospedale di Mardan.

Il team Heal the Heart all’arrivo in Pakistan. da sinistra: il Dott.Inf. Alessandro Savi, il Dott. ettorino Di Tommaso, la Dott.ssa Inf. Alessandra Navoni. 

Come siete venuti a conoscenza del progetto “Heal the heart?

“Nel modo più semplice possibile. Conosciamo da tempo il Dr. Rahman, che lavora con noi presso il Royal Infirmary di Bristol. Quando ci ha raccontato che cercava personale infermieristico esperto da coinvolgere in questa iniziativa, non abbiamo esitato a dare la nostra disponibilità. Una volta definiti tutti i dettagli, abbiamo ottenuto una settimana di ferie e siamo saliti sull’aereo insieme al resto dell’equipe”.

Quali attività avete svolto, durante questa settimana?”

“Ci siamo concentrati sull’inserimento di impianti di bypass, attraverso l’estrazione della vena safena o dell’arteria mammaria. Abbiamo inoltre coordinato l’attività di medici ed infermieri e donato dei macchinari. Sono obiettivi che potrebbero apparire non particolarmente ambiziosi, ma che fanno la differenza, se rapportati al contesto in cui abbiamo operato, che non è in grado di fornire le stesse prestazioni di un grande ospedale di una metropoli. In più, si trattava dell’esordio del progetto, quindi dovevamo puntare su traguardi realistici e realizzabili”.

Il Dott. Ettorino Di Tommaso, durante l’intervento di estrazione della vena safena da un paziente. 

Quali sono le difficoltà che avete incontrato?

“Abbiamo notato delle criticità nella preparazione del personale infermieristico, relativamente all’assistenza di pazienti così complessi, soprattutto nella fase post-operatoria, quando erano tenuti sotto osservazione in terapia intensiva. Considerando anche i lunghi turni che noi stessi coprivamo – alternandoci giorno e notte – ed il fuso orario, supervisionare il lavoro dei colleghi dell’ospedale locale ha aggiunto un ulteriore elemento di stress, ad un compito già di per sé molto faticoso”.

Il Dott. Inf. Alessandro Savi.

Che accoglienza avete ricevuto?”

“Meravigliosa. Siamo stati accolti con un calore indescrivibile dalle autorità e dalla popolazione locale. Si parlava di noi sui giornali ed alla televisione. Un giorno, al termine del nostro turno di lavoro, siamo anche stati invitati a partecipare al matrimonio di uno dei direttori dell’ospedale. Una simile ospitalità ci ha ripagato di tutti i nostri sforzi.”

Ritenete che questa ‘avventura’ vi abbia arricchito, umanamente o professionalmente”?

Pur essendo consapevoli della nostra professionalità, durante la nostra carriera, sia in Italia che in UK, alle volte ci siamo sentiti semplici ingranaggi di una macchina estremamente grande e complessa, che funziona con o senza di noi. A Mardan ci siamo invece sentiti protagonisti, persone in grado di costruire e realizzare un cambiamento. Da questa percezione si ricava una gratificazione immensa. È per questo che non vediamo l’ora di tornare”.

La pandemia ha cancellato date e piani, ma non ha annichilito sogni e speranze.

Quello di Alessandra, Alessandro ed Ettorino è un desiderio rimandato, ma non annientato.

Luigi D’Onofrio

Italian Nurses Society

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