Lockdown e locked out: gli infermieri Italiani nel Regno Unito durante l’epidemia di Covid-19.

Tra le tante storie sull’epidemia, ce n’è una che in questi mesi non è stata ancora raccontata. 

Quella di una comunità di professionisti all’estero, che hanno vissuto una situazione paradossale.

Chiusi fuori e chiusi dentro. 

Vicini, ma separati. 

Impotenti, eppure protagonisti. 

Essenziali, ma dimenticati.

La sera dell’11 Marzo, mentre Giuseppe Conte dichiarava il lockdown, credo di non essere stato il solo a pensare che fossimo stati “locked out” – lasciati fuori – a lottare da soli contro un nemico invisibile e sconosciuto. 

Già da qualche giorno, leggevamo nervosi un crescendo di drammatiche notizie dall’Italia. 

Ospedali che scoppiavano. 

Medici ed infermieri in lacrime. 

Vittime non più solo anziane. 

Le nostre famiglie in pericolo, con genitori, fratelli e sorelle a cercare di difendersi da una malattia nuova e misteriosa, che non si sapeva se e con quale veemenza avrebbe colpito anche loro. 

Poi il lockdown e tutti i voli cancellati. 

Non potevamo fare più nulla per loro. 

Né loro per noi. 

Forse nessuna comunità straniera nel Regno Unito, come quella italiana, ha vissuto con la stessa angoscia i giorni che hanno preceduto l’arrivo Oltremanica dello tsunami epidemico. 

Ma nessuno si è sentito in prima linea più di noi infermieri. 

Savevamo che incubo stavano vivendo i nostri colleghi e sapevamo che mancava poco, perché lo vivessimo in prima persona. 

Avevamo paura. Avremmo voluto evitare tutto questo e tirarci indietro. 

Speravamo almeno che Boris Johnson adottasse misure più stringenti, che bloccasse sul nascere la diffusione dei contagi con un lockdown tempestivo.  

In fondo, aveva avuto tutto il tempo di comprendere che la situazione era molto più grave del previsto, che non era solo un’influenza più forte delle altre.

O forse lo aveva intuito, quando aveva affermato che “in molti avrebbero pianto i loro cari”. 

Quella affermazione aveva fatto precipitare tanti nel panico, soprattutto tra gli Italiani: suonava come una resa incondizionata, prima ancora di combattere la guerra. 

Perciò, quando la sera del 23 Marzo anche il Premier britannico decise la sospensione di tutte le attività non essenziali, la sensazione fu che finalmente fossimo stati almeno messi in condizione di iniziare la lotta contro il virus. 

Gli infermieri Italiani hanno risposto subito a questa eccezionale “call of duty”.

Nelle unità di terapia intensiva e nei reparti Covid, nelle seconde linee e perfino in comunità, tuttora si distinguono per professionalità e dedizione, orgoglio e passione. 

Talvolta vivendo anche momenti di tensione e sconforto, ma sempre trovando la forza per superare l’ostacolo. 

Hanno accettato il redeployment – il trasferimento ad altre unità – senza battere ciglio. 

Profondono un impegno sovrumano nell’assistere pazienti in setting clinici del tutto diversi da quelli consueti, spesso senza avere ricevuto alcuna preparazione specifica.

Coprono turni sfiancanti. 

Indossano per lunghe ore visori, maschere e grembiuli, chiedendo a gran voce l’adozione di dispositivi di protezione, quando non sono adeguati o sufficienti per lavorare in sicurezza.

Qualche volta si sono ammalati e sono rimasti a casa in isolamento. 

Tutto questo in silenzio, lontano dai riflettori. 

Il sistema sanitario britannico ha reagito alla pandemia a macchia di leopardo, con pochi ospedali in grado di organizzarsi con efficienza e tempestività. 

Una risposta frutto delle indicazioni incerte e talvolta contraddittorie di un Governo che ha ripetuto errori già visti altrove in Italia, con l’aggravante di aver avuto più tempo per evitarli. 

Tanto per cominciare, qui non c’è mai stato un vero lockdown. Per giunta, dalle carenze di dispositivi di protezione individuale, alla mancanza di contrasto alla propagazione del virus nei contesti extraospedalieri, fino all’apertura in pompa magna di ospedali Covid rimasti poi quasi vuoti e infine chiusi in fretta e furia, sono state numerose le occasioni in cui pareva di leggere le notizie di casa, ma con due settimane di ritardo. 

A proposito, quanto fa male l’infodemia. Quanto inutile stress provoca. 

In un tempo in cui c’è molto da agire e riflettere e molto meno da dire, bisognerebbe garantire solo quiete e concentrazione a chi è in prima linea. 

Occorrerebbe filtrare le opinioni, lasciare spazio solo a quelle più autorevoli, non permettere che il video di un blogger qualunque possa rimbalzare su tutte le piattaforme social. 

Non dimenticate, voi che siete in Italia, che a noi Facebook e Whatsapp servono per rimanere vicini, anche quando siamo lontani.  

Non per caricarci di ulteriore angoscia e confusione. 

Non per ricordarci che non stiamo assistendo i nostri connazionali, ma i pazienti di un Paese che ha votato chiaramente per liberarsi degli stranieri, che ci ha imposto un permesso di soggiorno per farci rimanere qui a vivere e lavorare, che non ci considera neppure minoranza etnica. 

Che ha ignorato per quattro anni la nostra opinione e le nostre proteste, ma che ora ci ritiene indispensabili. 

Ma la bilancia non pende solo da un lato. 

Anche nella madrepatria le preoccupazioni – comprensibilmente – hanno riguardato solo ciò che accadeva dentro i confini.  

Qualche interesse per i professionisti all’estero si è registrato solo nei giorni del picco epidemico, quando la fame di operatori da buttare in corsia era tale, che nelle nostre caselle di posta elettronica sono improvvisamente arrivate mail con offerte di diverse agenzie. 

Bisognava tappare i buchi e farlo il più in fretta possible. 

Ma nessuno ha risposto a questa chiamata. 

Qualcuno tra noi avrebbe anche voluto accettare, pur consapevole che si trattava di contratti destinati ad interrompersi bruscamente al termine dell’emergenza. 

Semplicemente, non potevamo. 

Perché eravamo già “locked out”.

Sarebbe impossibile condensare in poche righe due mesi di eventi eccezionali.

Mentre scrivo, gli accessi ospedalieri si sono ridotti, benché il numero di decessi sia ancora elevato. 

Il virus è ora meno sconosciuto e non fa più così tanta paura. 

Abbiamo imparato a conviverci. 

L’NHS ha iniziato a programmare la riapertura delle attività di routine, nel rispetto di misure precauzionali che renderanno comunque impossibile per molto tempo il ritorno ad un pieno regime. 

Non si parla invece di bonus od aumenti di salario per medici ed infermieri, ma di certo non ci aspettiamo un simile slancio di generosità da questo Governo. 

Nei nostri pensieri è però tornata la speranza di rientrare a casa, si fa qualche timido progetto di ferie, magari per la fine dell’estate. 

Quarantene permettendo, e sperando che il secondo picco non arrivi mai. 

Non riusciremmo ad affrontarlo. 

Abbiamo già pagato un prezzo psicologico salato, con la fattura che arriverà solo quando l’emergenza sarà davvero finita. 

In un articolo di Antonello Guerrera sul “The Guardian” della settimana scorsa, si stima che 30.000 Italiani abbiano abbandonato il Regno Unito in questo periodo, spesso con un biglietto di sola andata. Ma si tratta di un’avanguardia, dei più giovani, di quelli arrivati da poco, di chi ha perso il lavoro nella ristorazione o negli hotel e non sapeva più come pagare l’affitto. 

Gli altri, i professionisti e tutti quelli con un lavoro stabile, seguiranno presto. 

Ci saranno anche molti di noi. 

Sappiamo che ci aspettano condizioni economiche e lavorative peggiori. 

Ma la sofferenza causata dall’impotenza di far qualcosa per il Paese e per i propri cari, proprio nel momento del maggior bisogno, è stata a tratti insostenibile. 

Ma a questo penseremo dopo. 

Per ora, “we keep calm and carry on”. 

Ci tengo però a farvi sapere un’ultima cosa.

Ve lo dico con la superstizione tipica di noi infermieri.  

Finora, stiamo tutti bene.   

Luigi D’Onofrio, Italian Nurses Society

 

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